Lunedì 5 ottobre 2026, il consigliere comunale PD Roberto Iovine ha presentato un intervento di inizio seduta dal titolo “I giovani medici sono demotivati?”

E’ possibile accedere qui al video dell’intervento in aula.
Di seguito il testo del parlato.
Questa settimana due notizie hanno riguardato il mondo della sanità in Regione:
1 Nel 2025, 304 medici hanno lasciato volontariamente il servizio sanitario nazionale in Emilia-Romagna, poco meno di uno al giorno. È un dato alto, nel 2017 le dimissioni volontarie in Emilia-Romagna erano state 107. Adesso invece gli addii volontari superano addirittura i pensionamenti, che nel 2025 sono stati 182. E questo mentre la nostra Regione guida la classifica italiana delle assunzioni: in dieci anni ha aumentato gli organici del 15,5% a fronte di una media nazionale del 2%, i dirigenti medici in servizio sono passati da 8.202 a 9.471.
«I medici entrano nel sistema sanitario nazionale, il problema è metterli nelle condizioni di rimanerci. Occorre superare definitivamente i vincoli nazionali alla spesa per il personale e investire su retribuzioni, carriere, condizioni di lavoro, sicurezza, welfare e conciliazione tra lavoro e vita privata».
2. Le richieste per i corsi di Medicina d’urgenza sono cresciute in Emilia-Romagna, passando dal 59% dei posti assegnati all’87%. Si vede che dei 113 posti banditi nel 2026 tra tutti gli atenei dell’Emilia-Romagna ne sono stati riempiti 98. A fare la differenza non è tanto Bologna, dove il tasso di copertura era e resta del 100%, quanto gli atenei più piccoli, tendenzialmente meno attrattivi del capoluogo.
Crescono anche gli aspiranti chirurghi, gli ematologi, i medici di comunità, i palliativisti, i medici nucleari.
Due notizie apparentemente in contrasto l’una on l’altra. La vulgata attribuisce l’abbandono dei posti ospedalieri alla minore etica del lavoro dei giovani medici, che lascerebbero lavori impegnativi e molto coinvolgenti la vita personale per lavori più tranquilli, in strutture ambulatoriali o con orari migliori. In effetti la medicina di base è spesso il punto di arrivo dei colleghi che lasciano l’ospedale.
In realtà pare che le cose non stiano così.
Il dato nazionale più significativo è una survey ANAAO del 2024 sugli specializzandi. Il 30% circa dichiarava di lavorare oltre 50 ore settimanali, mentre solo il 26% riferiva di lavorare esattamente le 38 ore contrattuali. Il 60% faceva normalmente turni notturni e il 50% denunciava il superamento dell’orario previsto.
Quindi, almeno durante la formazione, i giovani medici lavorano moltissimo.
Questo rende difficile sostenere che il problema sia semplicemente una minore etica del lavoro.
E Bologna? Una minoranza di specializzandi rispetta l’orario normale: è frequente una richiesta di lavorare oltre l’orario previsto per la maggioranza dei giovani, arrivando anche oltre il 70% di attività extra. Quindi non è l’entusiasmo che manca al giovane medico bolognese.
Cosa succede però quando si impiegano?
«I giovani medici sono disponibili a lavorare molto, ma attribuiscono un valore maggiore alla prevedibilità dell’orario e alla vita privata e sono meno disponibili delle generazioni precedenti ad accettare che la professione medica richieda una disponibilità pressoché totale.»
Per molti giovani medici oggi il ragionamento sembra essere:
professione → buon lavoro → buona remunerazione → tempo libero → vita personale.
E quando uno di questi elementi viene meno, cambiano specialità, struttura, settore o addirittura Paese.
Che fare? Mettere la sanità al centro degli interessi del paese, finanziandola adeguatamente e arrivando almeno a quel 7,1% del PIL che costituisce la media europea; Attualmente siamo poco sopra il 6 %
Non basta: bisogna anche arrivare ad una profonda riforma della legge istitutiva del 1978, mantenendo l’impianto universalistico e solidaristico, ma adattandola alle necessità di una società molto diversa da quella di 50 anni fa, e tenendo conto dei cambiamenti epidemiologici intervenuti: passaggio dalla prevalenza di patologie acute infettive a quelle croniche degenerative legate alla anzianità del Paese.
Inoltre si dovrà tenere nel giusto conto l’avanzamento delle conoscenze mediche, le terapie sempre più efficaci ma anche molto più costose, la distribuzione dei presidi di cura che deve essere orientata ad una sempre maggiore efficienza. Senza trascurare il tema fondamentale della appropriatezza e della riduzione dei provvedimenti medici inutili anche attraverso un’opera di informazione capillare della popolazione.
Le cose da fare sono abbastanza evidenti, se si vuole mantenere un sistema pubblico universalistico: non sembra essere questo l’intento del governo che con la sua opera mina la credibilità del servizio pubblico, sottofinaziandolo e quindi lasciando campo libero al privato profit.
L’ultima proposta del senatore Zaffini fdi in senato: di fronte al problema creato da loro e cioè una forte disuguaglianza tra i cittadini che possono o non possono permettersi una assicurazione sanitaria, la proposta non è di rendere più efficiente il sistema pubblico rifinanziandolo, cosa che renderebbe superflua la necessità di una assicurazione, bensì il raddoppio degli assicurati facilitati dallo stato. Le assicurazioni ringraziano.
E’ facile essere di sinistra in questo Paese.
Grazie Presidente.
