Lunedì 18 maggio 2026, il consigliere comunale PD Franco Cima ha presentato un intervento di inizio seduta dal titolo “Come sono distribuite le Forze dell’Ordine sul territorio nazionale?”

E’ possibile accedere qui al video dell’intervento in aula.

Di seguito il testo del parlato.

Presidente, colleghi,

voglio portare una questione che spesso si dibatte in termini di propaganda, e invece merita un approccio ai fatti. Parto da una domanda: con quali criteri vengono dislocate le forze dell’ordine sul territorio di Bologna?

Lo chiedo perché ho letto un’analisi recente dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani della Cattolica di Milano — un osservatorio indipendente sulle politiche pubbliche — pubblicata a dicembre 2025. L’analisi suggerisce che la distribuzione territoriale delle forze dell’ordine in Italia sembra riflettere più le differenze nelle retribuzioni reali che il diverso tasso di criminalità. Le regioni del Nord, e l’Emilia-Romagna tra queste, presentano poche forze dell’ordine rispetto al crimine denunciato.

Il meccanismo è semplice: gli stipendi sono nazionali, il costo della vita no. Un agente guadagna lo stesso a Bologna e a Potenza, ma a Potenza vive meglio. Il risultato è che Bologna ha una delle questure con l’età media degli agenti più bassa d’Italia — 41 anni — con alto turnover e personale strutturalmente in attesa di trasferimento.

Ne consegue qualcosa di ovvio ma che vale la pena dire esplicitamente: meno agenti sul territorio significa che ogni presidio costa di più in termini relativi. Lo stesso numero di crimini denunciati richiede uno sforzo proporzionalmente maggiore. Non è una questione di impegno, è aritmetica.
E questo si vede. In zone come via di Saliceto o le laterali di Corticella i residenti segnalano problemi ogni sera. È una sistematica assenza di presidio nelle aree più esposte, che non dipende dalla volontà dei singoli agenti ma da una distribuzione strutturalmente squilibrata delle risorse.

C’è poi un secondo tema, direttamente connesso. Il tipo di allarme sociale che viene lanciato influenza anche la distribuzione delle forze dell’ordine sul territorio, perché orienta le priorità percepite. Il dibattito pubblico sulla sicurezza tende a sovrapporre due cose distinte: il disagio legato allo spaccio e alla microcriminalità, che è reale e va affrontato, e la semplice presenza visibile della povertà.
Abbiamo sentito esprimere soddisfazione per lo sgombero dei senzatetto al portico della Santissima Annunziata. Vedo segnalare nelle chat di quartiere persone che vivono per strada da anni senza creare alcun problema. Abbiamo assistito alle polemiche sull’ipotesi del Villaggio per persone senza dimora intitolato a Giovanni Tamburi — una proposta appena annunciata, subito investita da perplessità dei residenti del Lazzaretto e altrettanto rapidamente strumentalizzata nel dibattito sulla sicurezza.

La vista del povero genera disagio, e quel disagio viene letto come insicurezza. Il professor Zamagni ha un nome per questo: aporofobia.
Combattere lo spaccio e la microcriminalità e continuare a tutelare chi è in difficoltà non sono obiettivi in contraddizione. Confonderli produce politiche sbagliate e distrae risorse e attenzione dai problemi reali. Questo dovrebbe essere evidente a tutti.