Lunedì 9 novembre 2020, la consigliera comunale PD Simona Lembi è intervenuta ad inizio seduta in merito ai casi di femminicidio che si continuano a registrare ed in particolare all’omicidio di Atika per cui si è svolto da poco l’udienza conoscitiva davanti alla Corte d’Appello di Bologna.

Online è disponibile il relativo comunicato stampa. Di seguito il testo dell’intervento di inizio seduta.

Si è svolta davanti a Corte d’Appello di Bologna qualche giorno fa udienza sul caso di Atika. Qualcuno ricorderà quello che è stato definito un brutale omicidio di una donna: è stata soffocata con stracci infilati in bocca; al suo corpo è stato dato fuoco; l’assassinio è stato preceduto da un tentativo di stupro della figlia di lei; l’imputato (marito) aveva già un ordine di allontanamento. La sorella ha raccontato lo strazio dell’ultimo mese di vita di Atika, l’allontanamento del marito dalle mura domestiche, il divieto di avvicinamento e l’ordine di rintraccio emesso dalla procura e mai notificato e le minacce di morte avanzate esplicitamente alla sorella Atika.

Apprendo dalla stampa, inoltre il fatto che il Presidente della Corte d’Assise abbia disposto una perizia psichiatrica, su richiesta della difesa, affidata allo psichiatra Ariatti e a Marco Samorì. Sono rimasta molto sorpresa dall’apprendere di questa notizia. Sia chiaro: Non sono una esperta di legge. Ma mi intendo invece qualcosa, di quando la legge si comporta in modo diverso davanti alle donne: storia vecchia, si dirà, riferito al delitto d’onore. Un po’ meno vecchia se ci si richiama alle sentenze più recenti di ammissibilità dello stupro una volta perché lei aveva i jeans, un’altra perché era brutta e con tratti mascolini, più recentemente perché lui in preda di una tempesta Emotiva.

Vorrei non essere fraintesa: certamente le questioni relative al disagio psichico vanno ricomprese nelle valutazioni di incapacità. Da questo punto di vista nulla da obiettare. Mi limito a domandarmi se esiste lo stesso rigore nelle questioni legate alle incapacità di intendere e di volere degli imputati di femicidio, al pari di tutti gli altri omicidi efferati.

Continuerò a seguire questo processo per la semplice ragione che quello di Atika non è eccezionale rispetto a quanto accade nella regola dei femicidi: il marito/convivente è accusato del femicidio; lei arriva a trovare la forza e il coraggio di denunciarlo e di cacciarlo da casa; sempre lei riceve minacce morte, chiare, reiterate più volte, anche davanti alle forze dell’ordine; lei muore; lui si difende in tribunale.

Mi chiedo sempre, in questi casi, nei casi cioè in cui la vittima compie sforzi enormi per uscire da una situazione drammatica, dolorosa, violenta, se il sistema sia capace di fare altrettanto. In questo caso, ha funzionato?

La prevalenza delle persone è convinta che, essendo inammissibile pensare che qualcuno uccida con lucidità la propria moglie, essendo così distante dalla nostra idea di famiglia e di rapporti sociali accettare che un uomo possa arrivare ad uccidete una donna solo nel contesto di un raptus, della follia, nel contesto di una tempesta emotiva possa spiegare che un uomo possa uccidere una donna.

È tempo di ammettere che non è così: i femicidi si basano su pensieri lucidissimi, di chi è convinto che le donne siano di proprietà e come tali, da gestire a piacimento, compreso il fatto di disporne pienamente della vita. Si tratta di un pensiero lucidissimo questo, ammettere il quale aiuterebbe certamente ad affrontare meglio questo fenomeno.

Esiste, da questo punto di vista, lo stesso rigore nelle questioni legate alle valutazioni di incapacità di intendere e di volere, degli imputati di femicidio, al pari di tutti gli altri omicidi efferati?

Il mio augurio è che ad una storia di per sé dolorosa, faticosa, violenta e ingiusta, non si aggiunga il beneficio della follia.