Lunedì 5 novembre 2018 la consigliera comunale PD Elena Leti è intervenuta ad inizio seduta in Consiglio comunale sul Processo Aemilia nell’ambito del quale è emerso che ha accertato un sistema complesso di corruzione che ha coinvolto diversi settori del nostro sistema sociale.

Online è inoltre disponibile il comunicato stampa.

E’ di 125 condanne, 19 assoluzioni e quattro prescrizioni il verdetto pronunciato nel pomeriggio del 31 ottobre 2018, dal collegio dei giudici presieduto da Francesco Maria Caruso.

Aemilia, considerato il più grande processo sulla mafia al nord Italia, vede nel dibattimento di primo grado sfilare davanti alla corte d’Assise di Reggio Emilia, riunita nell’aula bunker del tribunale, 148 imputati e se si considerano i riti alternativi e i procedimenti connessi alcuni dei quali conclusi con pesanti condanne per professionisti e agenti di polizia, il numero delle persone coinvolte arriva a 250.

Doveroso ora esprimere un ringraziamento per l’esito positivo di questo processo agli organi giudiziari, alla procura di Bologna e alle forze di polizia che hanno svolto le indagini.

Al netto di alcune riduzioni di pena viene quindi pienamente conclamata l’esistenza di una ’ndrina attiva da anni in Emilia e nel Mantovano con epicentro a Reggio Emilia, diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro, ma autonoma e indipendente da essa.

Ancor prima dell’operazione “Aemilia” e subito dopo le scosse nella Bassa avvenute con il terremoto dell’Emilia nel 2012, la gazzetta di Modena il 26 settembre 2016 così riportava: ‘Non c’erano soltanto le risate’, che già segnalavano il tentativo della ’ndrangheta di infiltrarsi nella ricostruzione post terremoto, ma la lunga mano dell’organizzazione criminale calabrese aveva già stretto rapporti saldi con il clan dei Casalesi, per anni considerato il vertice delle infiltrazioni mafiose in terra Modenese.

La stessa DDA Direzione Nazionale Antimafia aveva sancito quell’accordo. Per fatti contingenti il terremoto, che hanno comportato la necessità di realizzare rilevanti opere pubbliche, e non meno importante, collegato alla particolare modalità di atteggiarsi del crimine organizzato in Emilia, che lo ha reso proclive a stringere accordi con la camorra casalese esistente. Tutto ciò ha comportato l’ulteriore effetto del confondersi e/o fondersi delle modalità di comportamento.

Ma nella Bassa, calabresi “emiliani” e casalesi “modenesi” non avevano cercato di fare business muovendo i pezzi da novanta delle loro organizzazioni. Avevano scelto di stare nell’ombra, di mandare avanti professionisti compiacenti o aziende del territorio.

Questo processo ha evidenziato chiaramente come il vecchio modello mafioso identificabile con la Coppola, il famoso copricapo, sia stato sostituito da un sistema molto più complesso. La definizione legislativa (art 1 terzo comma legge 13 settembre 1982, n.646) la cosidetta legge antimafia, individua solo in parte la complessità del fenomeno, punendo si l’insorgere di attività di impresa ma trascura uno degli aspetti che, negli ultimi anni, ha maggiormente caratterizzato l’attività mafiosa, ovvero l’attività finanziaria.

Oggi quindi anche alla luce di quello che è emerso in Emilia, possiamo definire la mafia come un insieme di organizzazioni criminali che agiscono all’interno di un contesto relazionale, e che si configura come un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’accumulo del capitale e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, utilizzando un codice culturale e godendo di un certo consenso sociale.

Questo per dire che i gruppi delinquenziali sono solo la parte più evidente del fenomeno, nell’ambito di un sistema che mette in relazione soggetti illegali e legali, come capimafia, professionisti, imprenditori, amministratori e politici.

In conclusione la mafia non è unicamente un fenomeno criminale, ma un soggetto economico e politico. Come ci ricorda Stefania Pellegrini nella premessa del suo ultimo libro ‘Il processo di investimento delle mafie nell’imprenditoria del settentrione viene ancora considerato un fenomeno del tutto residuale, dal carattere meramente economico, avulso da ogni significato criminale. Ne consegue una sottovalutazione della profonda essenza di violenza che, invece, caratterizza l’origine dei capitali. Molte attività imprenditoriali hanno accolto capitali di dubbia provenienza con l’esclusivo interesse di salvare o incrementare le attività economiche, questo attraverso operazioni poste in essere da tecnici ed esperti, sedotti con lauti compensi o promesse di future collaborazioni'”.

Detto questo ritengo che il tema della corruzione è molto più ampio e passa dal commettere reati penalmente rilevanti, ad una zona grigia dove il confine tra legalità ed illegalità non è così netto.

Assistiamo quotidianamente e diffusamente ad azioni che nell’ambito della legalità derogano all’illegalità. Un modo di agire che coinvolge l’intera società civile, che riguarda i comuni cittadini, i gruppi corporativi, l’apparato e la sua pubblica amministrazione. Un comportamento ormai accettato dall’intera collettività, abituata ad un modo di operare fatto di corruzione ed evasione fiscale, che è divenuto normalità.

Questa zona grigia rappresenta il “vulnus” ideale, il “terreno fertile” per disseminare occasioni, anche per la criminalità mafiosa, di insinuarsi nel nostro sistema sociale.

Il rispetto della legalità è un tema culturale, che riguarda tutti gli ambiti della nostra società e che ha l’obbiettivo, attraverso il rispetto delle leggi, di migliorare la vita delle persone.

Un ruolo determinante in questo contesto lo assumono la politica e coloro che si occupano del bene comune.