Lunedì 18 maggio 2026, la consigliera comunale PD Antonella Di Pietro ha presentato un intervento di inizio seduta dal titolo “Visita nelle sezioni femminili degli istituti penitenziari e festa della famiglia alla Dozza”.

E’ possibile accedere qui al video dell’intervento in aula.

Di seguito il testo del parlato.

La visita regionale promossa dalle democratiche e dalle elette PD della regione Emilia Romagna nelle tre sezioni femminili degli istituti penitenziari di Reggio Emilia, Modena e Bologna è un passo importante per affrontare i bisogni specifici che presentano le donne in carcere. In Italia le donne detenute sono il 4% degli uomini e la loro scarsa presenza è un dato storico che si intreccia a una composizione di marginalità sociale. I numeri delle sezioni femminili spesso ostacolano l’attuazione di misure trattamentali adeguate, complicando le stesse condizioni di marginalità.

L’intento della visita è stato proprio quello di approfondire aspetti e differenze che limitano opportunità di formazione e reinserimento. L’approccio di genere adottato è necessario per scardinare tali limitazioni e per consolidare un lavoro di rete capace di puntare su un reale recupero.

In un carcere tarato su caratteristiche maschili spesso sono proprio le donne a restare escluse da percorsi professionalizzanti che richiedono parametri numerici più elevati perché come avviene a scuola anche in carcere occorre un numero minimo per formare una classe. Inoltre le donne commettono reati inferiori e presentano caratteristiche adatte alle misure alternative, ma faticano ad accedervi per carenza di opportunità abitative e di percorsi di accoglienza.

Per quanto riguarda la sezione femminile di Bologna, il volontariato presente consente di garantire attività trattamentali educative e anche se questa sezione ha peculiarità positive, non possiamo trascurare le problematiche connesse al reinserimento e a un sistema che in generale si misura con un organico insufficiente, con l’annoso problema del sovraffollamento e con la necessità di potenziare una cultura di genere.

L’esperienza della detenzione femminile che in Emilia Romagna comprende 172 detenute su 2415 uomini, a Bologna registra una composizione di 77 donne in media sicurezza e 10 in semilibertà.

Dati questi che possono oggi essere affrontati sperimentando modelli capaci di coinvolgere ulteriormente il territorio per implementare misure alternative e nuovi criteri di accessibilità che devono puntare ad ampliare opportunità professionali e di accoglienza, rafforzando anche la rete con gli altri territori.

La detenzione femminile oggi ha bisogno di creare risposte che ne migliorino le condizioni e ne abbassino la recidiva.

Ecco perché reputo preziosa la visita delle democratiche tenutasi giovedì con la presenza di una delegazione bolognese che prendendovi parte si è fatta portavoce di un impegno corale che le donne del consiglio comunale e della giunta portano avanti nell’ottica di sostenere l’ applicazione dell’articolo 27 della Costituzione.

Un ringraziamento quindi alle democratiche e al Garante regionale per il percorso intrapreso.

Sabato ho vissuto un’ altra toccante esperienza. Sono tornata alla Casa circondariale Rocco D’Amato insieme al collega Marco Piazza, su invito di AVOC per partecipare alla quindicesima edizione della festa della famiglia promossa dall’associazione. Un appuntamento annuale che quest’anno ha visto circa 700 persone tra detenuti e parenti sedersi a tavola insieme e in una settimana che per le tante adesioni, è stata prolungata di un giorno. Un’iniziativa resa possibile da Camst, Granarolo, Felsinea Ristorazione ed Esse caffè che hanno contribuito alla composizione dei pasti e a una sessantina di volontari coinvolti.

Una festa che come ha giustamente sottolineato Caterina Bombarda presidente di AVOC “non elimina il dolore della separazione, né le responsabilità individuali , ma ci ricorda che nessuna persona è soltanto il proprio errore e che in un tempo in cui il carcere viene spesso raccontato attraverso numeri e emergenze , questa iniziativa restituisce uno sguardo diverso: quello dell’Umanità. Solo queste parole basterebbero per comprendere quanto il lavoro dei volontari in carcere sia impagabile perché il volontariato non solo dona un sorriso ma rappresenta e pratica una speranza possibile.