‘I soldi non bastano’ dice don Matteo Prosperini direttore Caritas nella sua intervista al Corriere del 24 maggio. Ho molto apprezzato le sue parole e trovo di grande stimolo le sue riflessioni, perché è vero, i soldi non bastano e non solo come quantità: non bastano anche come ricetta al contrasto della povertà. La povertà, lo sappiamo bene, non è solo economica ma ha tantissime sfaccettature tra loro interconnesse in maniera talvolta perversa e ostica: combatterla richiede un intervento multidimensionale per cui è vero che “i soldi non bastano”. Colpisce molto essere di fronte a un repentino nuovo scenario divenuto rela e dirompente: la cosiddetta “fascia grigia” è ora caduta in povertà in maniera vertiginosa; in poche settimane sono esaurite moltissime forme di welfare pubblico, privato e famigliare, fino ad arrivare a 11.500 richieste di buoni spesa al Comune e 2334 alla Diocesi in sole 24 ore, senza considerare il sostegno alimentare e beni di prima necessità di Empori Solidali Case Zanardi (1700 accessi al mese), Antoniano, Caritas e Cucine Popolari che hanno visto aumentare i numeri della propria distribuzione e consegna di alimenti e di prodotti prima necessità da febbraio a oggi.Siamo di fronte a numeri importanti, che se non aumenteranno addirittura, sono purtroppo con altissime probabilità destinati a cristallizzarsi diventando un onere faticoso da reggere se continuati ad affrontare solo con la logica dell’iniezione di liquidità.Non si può diventare così poveri in così pochi giorni: vuol dire che qualcosa non ha funzionato prima a livello di protezione sociale equa e dignitosa, da un lato, svuotando di senso e funzionalità una serie di legami sociali e umani che sono di fondamentale aiuto nella lotta alla povertà economica e nella prevenzione della sua aggressività. emerge la difficoltà di realizzare processi inclusivi, di autonomia e benessere collettivo.
I soldi non bastano come soluzione e come quantità: il problema, ancora non è ben messo a fuoco a livello statale, purtroppo, come ricorda il Forum Disuguaglianze e Diversità coordinato da Fabrizio Barca. E a livello locale? Cosa può fare in più il nostro Comune per mettere insieme ancor di più in modo efficace il Terzo Settore, tutti i propri Servizi Sociali e il territorio che nelle sue più svariate forme si sta organizzando per attività di prossimità e volontariato? In che modo massimizzare e coordinare al meglio gli interventi pubblici e privati sulla popolazione più vulnerabile di Bologna Metropolitana ora che anche l’Istituzione per l’Inclusione Sociale sarà sciolta riportando le proprie funzioni, risorse e strumenti all’area relativa al welfare del Comune? Esiste e può essere applicata una nuova logica Pubblico-Privato-Territorio per la progettazione dell’intervento sociale che vada oltre la preziosissima, puntuale consegna di cibo e beni di prima necessità, oltre al mettere in rete chi fa qualcosa per i cosiddetti “poveri”?Siamo bravissimi a dare servizi, Bologna è sicuramente una delle realtà più virtuose, ma la povertà di relazione e di diritti sociali e civili che sta aumentando, ed è destinata ad aumentare ancora di più a causa dell’attuale emergenza sanitaria che è già diventata anche economica e sociale ci obbliga a uno scatto culturale per cui il beneficiario deve essere pensato come un interlocutore e non un target di servizi, il Terzo Settore si deve pensare come un attore più partecipe e meno come semplice gestore, per arrivare insieme a uno scatto strategico per aumentare la fiducia e la rendicontabilità che dobbiamo trovare tra e con cittadini e Istituzione per contrastare efficacemente la povertà ricostruendo un senso di comunità che faccia sentire ed essere meno soli.A Bologna, per contrastare la povertà non bastano solo ulteriori erogazioni di servizi materiali; posto che servono anche quelle, certo, e che per fortuna ce ne sono molti, ben organizzati e rispondenti alle esigenze, ma occorrono progetti che sappiano mettere al centro la dimensione umana e sociale di chi vive in povertà, favorendo l’accesso ai diritti sociali e civili di tutte e tutti, mettendo a fuoco la costruzione di possibili e diversi progetti di vita. La ricchezza economica degli interventi sociali credo debba prevedere esiti ulteriori e di medio-lungo periodo, altrimenti si torna a un’azione meritoria e generosa che però non produce effetti positivi successivi.Finché non troveremo un nuovo modo di contrastare la povertà, un nuovo modo che vada anche oltre il welfare e si concentri di più sul wellbeing, sul benessere e sulle potenzialità delle reti territoriali della comunità, continueremo infatti a parlare di “poveri” e non di persone in povertà: continueremo a stare nel grande inganno per cui il povero è povero a causa delle sue scelte particolari, e non perché vive in situazioni generali che lo rendono povero di strumenti, possibilità e risorse, e che dobbiamo anticipare e contrastare queste situazioni in maniera collettiva e cooperativa, coordinata dal Pubblico di tutti i singoli enti che, in convenzione o meno col Comune, combattono ogni giorno queste situazioni che generano povertà. Bisogna creare dei punti o almeno dei metodi di ascolto non dei poveri che non hanno più nulla, ma di quelli che temono di non avere più nulla nel prossimo breve periodo: compito della politica sarà quello di produrre più ricchezza per loro, compito della società civile sarà quello di rendere questa ricchezza inclusiva e capace di rendere autonomi. Bisogna sì generare ricchezza e reddito ma redistribuire tale ricchezza e reddito contestualmente e non solo dopo: altrimenti i soldi non basteranno mai, nemmeno se dietro c’è un’azienda grande, sana ae attenta alla responsabilità sociale , come la Faac coi suoi utili”.